Prosegue il processo di inabissamento delle borse europee in seguito alla deriva inarrestabile della Grecia e all’inattesa batosta elettorale della Merkel, elementi che si vanno ad aggiungere ai problemi del sistema bancario spagnolo e all’effetto JP Morgan, senza contare il referendum sul fiscal compact che si terrà in Irlanda il 31 maggio. A quanto pare, l’alternativa non è più tra la permanenza o l’uscita di Atene dall’area della moneta unica, ma tra un’uscita “disordinata” e un’uscita “ordinata”.
A Piazza Affari, che si conferma ancora una volta maglia nera d’Europa se si esclude il -4,6% di Atene, l’indice Ftse Mib ha ceduto il 2,74% fermandosi a 13.660 punti, dopo aver toccato nel pomeriggio un minimo a 13.532, mentre il Ftse All Share è arretrato del 2,64% a quota 14.699. A Francoforte il Dax ha chiuso a 6.451 (-1,91%), il Cac40 di Parigi a 3.057 (-2,20%), mentre il Ftse100 di Londra si è portato a quota 5.465 (-1,97%). Il risultato elettorale in Nordrhein-Westfalen ha aumentato parecchio il nervosismo tra gli investitori. Nello Stato più industrializzato della Repubblica tedesca, la Cdu di Angela Merkel è crollata dal 34% al 26%, mentre i socialdemocratici sono volati al 39%. Nel frattempo in Grecia proseguono i tentativi di uscire dalla paralisi istituzionale. Questa sera si terrà un incontro tra il presidente della Repubblica, Karolos Papoulias, e i leader dei principali partiti politici per trovare in extremis un’intesa per formare un governo di unità nazionale, in modo da consentire al Paese di rimanere nell’Eurozona e di ricevere gli aiuti concordati con la trojka. Le tensioni oggi si sono sentite anche sul secondario, dove lo spread Btp-Bund è salito in area 430 punti base.
In un contesto da Armageddon di questo genere spiccano il verde di A2a (+3,5%), al quarto rialzo consecutivo, e di Diasorin (+2,6%) dopo la trimestrale in linea con le attese, la conferma dei target 2012 e le prospettive positive nel settore della diagnostica molecolare. Come prevedibile, le banche restano invece in balia dei ribassisti. Unicredit ha perso il 4,91% a 2,674 euro, Intesa SanPaolo il 3,55% a 1,033 euro, Popolare di Milano il 3,67% a 0,341 euro. In controtendenza Montepaschi che, dopo essere sprofondato durante la scorsa settimana, oggi ha strappato un rialzo dell’1,33% a 0,243 euro. Tra i peggiori sul Ftse Mib da segnalare Stm (-5,09% a 3,882 euro) e Mediolanum (-6,96% a 2,888 euro). Finmeccanica (-4,21% a 2,776 euro) non ha beneficiato delle parole dell’Ad Giuseppe Orsi che in un’intervista al Corriere della Sera ha confermato l’intenzione di ridurre entro la fine dell’anno la partecipazione del colosso pubblico nelle attività considerate non strategiche.
Segno meno per i petroliferi con Eni fotografata a 16,46 euro (-2,60%). Secondo quanto riportato dalla testata Middle East Economic Survey (Mees), Qatar Investment Authority (Qia) starebbe negoziando l’acquisto di una quota tra il 3 e il 5% del Cane a si zampe. Il fondo sovrano sarebbe in trattative anche per la stessa quota di Shell. “L’interesse del Qatar per Eni e potenzialmente anche per Snam potrebbe facilitare la separazione Eni-Snam allo studio da parte del Governo”, ha spiegato Intermonte nella nota raccolta da Finanza.com. Sempre tra i petroliferi, Tenaris scende a 13,45 (-1,75%) mentre Saipem si porta a 33,34 (-1,84%). Con il calo di oggi, il titolo della società dei servizi all’industria petrolifera azzera i guadagni da inizio anno e scende sui minimi degli ultimi 12 mesi. Dai picchi di marzo ai livelli attuali la discesa è del 17%. In Europa l’indice delle società petrolifere perde il 2,4% mentre il future sul greggio tipo Wti tratta a 94 dollari il barile, sui minimi dal 20 dicembre. Saipem è penalizzata dalla discesa del prezzo del petrolio in quanto i suoi clienti sono indotti a ridimensionare gli investimenti nella ricerca e nello sviluppo di nuovi giacimenti. Il prezzo del petrolio a sua volta scende per il pessimismo sull’economia europea, ma anche perché negli Stati Uniti le scorte di greggio e prodotti distillati sono sui massimi degli ultimi 22 anni. Oggi il Ministro del petrolio saudita, Ali al-Naimi, ha ribadito che il prezzo giusto del greggio è di 100 dollari al barile, e che il suo paese farà tutto il necessario per riportare le quotazioni a tali livelli. Il primo produttore Opec ad aprile ha estratto 10,1 milioni di barili di greggio al giorno, il livello massimo da più di 30 anni.
Alle 18.30 i tre indici USA viaggiano in territorio negativo, ma con perdite inferiori al punto percentuale, mentre il petrolio wti resta a 94,70 dollari il barile e l’oro si assesta a 1.564 dollari l’oncia.

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commenti
  1. Techno Trade ha detto:

    C’è poco da aggiungere, hai già detto tutto. La fazenda di JP Morgan potrebbe essere un macigno di dimensioni Lehmanniane.

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