Archivio per la categoria ‘Presidenziali USA’

CONTINUANO AD ARRIVARE BRUTTI NUMERI DAGLI USA
Borse europee in territorio negativo a poco meno di due ore dalla chiusura delle contrattazioni, con il Ftse Mib che cede lo 0,6% testando la soglia psicologica dei 15.000 punti.
I dati macro appena arrivati da oltreoceano non fanno sperare in una seduta positiva per Wall Street, nonostante i tre indici USA registrino soltanto un calo inferiore al mezzo punto percentuale. Dalle ultime rilevazioni è emerso che la produzione industriale a ottobre negli USA è scesa dello 0,4%, gli analisti si aspettavano un dato positivo a +0,2%. Anche il dato sulla manifattura segna un calo dello 0,9% contro una attesa di un +0,2%.
Il tasso di utilizzazione degli impianti ad ottobre è sceso al 77,8% dal 78,3% del mese precedente.
Alle 15.30 ora italiana il dollaro si rafforza nei confronti del paniere delle valute di riferimento che compongono il dollar index: l’indice che misura la forza del “biglietto verde”è sui massimi degli ultimi due mesi e mezzo, oggi sale dello 0,1% a 81,18. Sul segmento obbligazionario lo spread Btp/bund si assesta a 354 punti base.
L’oro perde lo 0,16% a 1.711 dollari l’oncia. Il petrolio tipo Wti tratta a 86,27 dollari il barile, in rialzo dell’1%.

INCOMBE LA NUBE NERA DEL FISCAL CLIFF
Dal 6 novembre, giorno della rielezione di Barack Obama alla presidenza degli USA, l’indice S&P500 ha perduto il 5,3%, per il timore di una frenata dell’economia reale e per il problema del fiscal cliff. Il primo di gennaio 2013 andrà a decadere una serie di agevolazioni fiscali che l’amministrazione Bush aveva introdotto per i ricchi, e contemporaneamente scatterà un programma automatico di riduzione della spesa pubblica. Il tutto se prima il Congresso non riuscirà a trovare una soluzione per il budget della Corporate America.
Complessivamente, questo insieme di misure fiscali ammontano a un valore di 600 miliardi di dollari, una cifra enorme che rischia di far cadere gli Stati Uniti in una nuova recessione a partire dal 2013. Gli investitori sono scettici sulla possibilità che entro la fine dell’anno democratici e repubblicani si possano mettere d’accordo per impedire la caduta, e tutti continuano a sperare nella bacchetta magica di Ben Bernanke. Il presidente della Federal Reserve, dopo il varo del terzo round di quantitative easing avvenuto nel settembre scorso, ha lanciato segnali incoraggianti in tal senso affermando che la Banca centrale americana continuerà a monitorare la situazione da vicino e a intervenire con ulteriori misure non convenzionali, qualora la situazione dovesse diventare critica.

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CHIUSURA IN ROSSO PER LE BORSE UE
Le borse europee chiudono in rosso tranne Madrid, in leggero rialzo. A Londra l’indice Ftse 100 perde lo 0,77% a 5.677,75 punti. A Parigi il Cac 40 lascia sul terreno lo 0,52% a 3.382,40 punti e a Francoforte il Dax arretra dello 0,82% a 7.043,42 punti. A Milano il Ftse Mib segna una flessione dello 0,59% a 15.162,27 punti nel corso di una seduta sull’ottovolante, stupendamente dipinta da un grafico che sembra uscito dalle pagine di un manuale di scalping. Per Piazza Affari quella di oggi è stata l’ottava chiusura in ribasso delle ultime 10 sedute. Lieve rialzo per Madrid che guadagna lo 0,29%, mentre Atene affonda del 2,13%. Il rialzo del listino spagnolo è stato sostenuto soprattutto da Repsol, che ha chiuso in crescita del 3,5%.
L’EuroStoxx 50, l’indice delle 50 principali blue chips della zona euro , è sceso dello 0,5%.
L’euro è in rialzo contro il dollaro a 1,278, da 1,273 della chiusura di ieri sera.
Migliora il Btp a 10 anni con il rendimento in calo al 4,88% e lo spread a quota 355 punti base.
Il mercato delle commodities è contrastato: il petrolio Wti annulla i guadagni di ieri e ripiega a 85,3 dollari al barile. Oro in ripiegamento a 1.715 dollari l’oncia, dati aggiornati alle 20.00 ora italiana.

TEMPESTA PERFETTA 2.0: ECCO GLI INGREDIENTI
Oltre alle preoccupazioni per i venti di guerra che arrivano dal Medio Oriente, dove al persistere della guerra in Siria si aggiunge il rinnovato conflitto tra Israele e Palestina, gli investitori si concentrano sugli ultimi dati dell’economia di Eurolandia, che confermano il persistere di una situazione deprimente. Nel terzo trimestre del 2012 il Pil nell’Eurozona è sceso dello 0,1% rispetto al trimestre precedente e dello 0,6% rispetto al terzo trimestre 2011. Entrambe le rilevazioni sono in linea con le stime degli analisti. Il Pil italiano è stato leggermente superiore alle attese, con una discesa dello 0,2% sul trimestre precedente (era previsto -0,5%) e un calo del 2,4% sull’anno precedente (stimato -2,9%). Gli esperti consultati dalla BCE hanno inoltre rivisto al ribasso le stime sull’economia per il 2012, il 2013 e il 2014. L’equazione Vecchio Continente uguale recessione è confermata, ma le cose non vanno meglio oltreoceano.
Negli USA le nuove richieste di sussidi di disoccupazione avanzate la settimana scorsa sono salite a 439mila da 355mila della settimana precedente. Il dato ha superato le previsioni degli economisti che in media si aspettavano 375mila richieste. Se le nuove richieste di sussidi sono salite ai massimi da 18 mesi ciò lo si deve anche a causa del passaggio dell’uragano Sandy, sostengono molti analisti.
Ieri il presidente Obama ha ribadito che dal 2013 gli sgravi fiscali varati da Bush sui cittadini più ricchi saranno eliminati. Il fiscal cliff, prevedono gli investitori, sarà affrontato più dal lato dell’aumento delle tasse che dal taglio delle spese, ma resta il problema di come superare l’ostruzionismo ideologico dei repubblicani, che pur essendo in minoranza al Senato possono contare sulla maggioranza numerica che le recenti elezioni hanno assicurato alla Camera dei Rappresentanti.

I NUMERI DI PIAZZA AFFARI
Oggi nelle Borse europee tutti gli indici settoriali Stoxx sono finiti in ribasso, e il copione di Piazza Affari non fa eccezione alla regola. Maglia nera del listino A2a, con un sonoro -4,47%. Secondo un trader sono state prese di profitto dopo i rialzi dei giorni scorsi, mentre la notizia dell’approvazione dell’emissione di titoli obbligazionari fino ad un massimo di 1 miliardo di euro non ha sorpreso il mercato. Fra le altre blue chip in rosso spicca la caduta di Autogrill -3,26%, che insieme a Mediaset -2,7% uscirà a fine mese dall’indice globale MSCI. Forte ribasso anche di Campari che ha perso il 4,2%: molti investitori si aspettavano che il titolo sarebbe entrato nel MSCI, invece non compare fra le “new entry”.
Del rialzo del greggio non si sono avvantaggiati i titoli del settore: Eni ha retto chiudendo invariata, Saipem affonda del 4%, Tenaris -0,6%. Per quanto riguarda Saipem c’è da segnalare il downgrade di Ubs, che ha ridotto il target price da 40 a 37 euro, confermando il rating neutral. Tra le small caps del comparto oil, Saras è caduta del 3,9% dopo essere stata declassata a sell da Société Générale.
Brillante per tutta la seduta, Diasorin ha perso forza sul finale ed ha chiuso a 26,28 euro, in rialzo dello 0,1%. In giornata era arrivata a guadagnare quasi il 3% a 26,90 euro, grazie a una doppia promozione: Morgan Stanley ha alzato il giudizio a overweight da equalweight, Berenberg ha alzato il target price a 30 euro da 28 euro e ha confermato il giudizio buy. Luxottica è salita dello 0,3%: secondo alcuni trader, potrebbe aumentare di “peso” nell’indice.
Le banche si sono mosse in ordine sparso: Unicredit è salita dello 0,7%, Intesa è scesa dello 0,8%.
Fra i titoli industriali il panorama è misto con alcuni rialzi come Fiat +1,1% e Impregilo +1,7%. Sono scese Finmeccanica -0,7% e StM -2,6%.
Fuori del listino principale affondano Maire Tecnimont -12%, Landi Renzo -9%, e Trevi Fin. -6%.

Messe da parte le presidenziali del 6 novembre che hanno visto la conferma di Barack Obama alla Casa Bianca, gli investitori in questi giorni sono concentrati su due temi: “fiscal cliff” e situazione economica globale.
In vetta alle preoccupazioni rimane il cosiddetto “baratro fiscale”, secondo la pittoresca espressione coniata dal Presidente della Federal Reserve Ben Bernanke, ossia il rischio che negli USA, dal 1° gennaio 2013, entrino contemporaneamente in vigore una serie di tagli automatici alla spesa pubblicala associati alla fine degli sgravi fiscali introdotti a suo tempo dall’amministrazione Bush, per un ammontare complessivo di 600 miliardi di dollari, secondo le stime quasi unanimi degli analisti. Uno scenario che porterebbe gli USA alla recessione con un effetto domino devastante a livello globale. Il problema principale consiste nel fatto che per evitare che la Corporate America precipiti nel baratro è necessario un accordo tempestivo tra i Democratici e i Repubblicani. Ma un accordo reale, non una misura tampone per prendere tempo e rinviare il problema.
Per quanto riguarda l’economia, il mercato immobiliare USA ultimamente ha dato segni di ripresa e la Federal Reserve ha confermato la sua politica ultra-espansiva culminata nel terzo round di quantitative easing che lo stampatore di cartamoneta Bernanke, che stasera terrà una conferenza stampa ad Atlanta, ha varato con il sostegno quasi unanime del comitato di politica monetaria della Fed. Ora, per quanto concerne l’equity USA, i gestori sono dell’idea che ormai Wall Street sia tra le più care. Molti di loro cominciano a guardare all’Europa, e alcuni sostengono che seppure in un ambiente dominato dalla volatilità, anche per le incertezze legate alla situazione debitoria della Grecia, le piazze finanziarie europee saliranno per circa il 6 o il 7% nel primo trimestre del 2013.
L’area asiatica rimane comunque una delle preferite, con il 61% dei gestori intervistati da Morningstar che prevede un apprezzamento difficile da quantificare. Il peggio per la Cina, si dice, ormai è alle spalle. Il XVIII Congresso del partito comunista cinese, che ha rinnovato i vertici, ha posto come obiettivo per il prossimo decennio il raddoppio del Prodotto interno lordo, con aumento dei salari reali e dei consumi interni. E anche se ci vorranno delle conferme dai dati macro dei prossimi mesi, per fugare definitivamente lo spettro di un “atterraggio duro” (hard landing), i gestori nel frattempo stanno riposizionando i loro portafogli. Come dire: i ribassi di questi giorni non derivano dall’orso, piuttosto è il toro che sta traslocando. E sarebbe un bel paradosso se il rilancio del capitalismo partisse dalla ferrea determinazione dei funzionari del maggiore partito comunista del mondo.

Che sia stata la paura del “burrone fiscale” USA a provocare il massacro di oggi nelle borse europee, e a Wall Street, sono in molti a sostenerlo. Un nostro lettore, che si firma Meister Pivot, scrive a commento di un post precedente: “Secondo me lo scivolone è la vendetta di Goldman e delle altre banche che sostenevano Romney e speravano in una sconfitta di Obama per non dover più pagare dazio. Il GAP down mostruoso sugli indici Usa in corrispondenza della elezione del Presidente, me lo spiego soltanto così“. Analisi lucida e geometrica, difficile non condividerla. Il burrone che sicuramente hanno visualizzato oggi i traders è il grafico intraday del Ftse Mib, che ha chiuso a 15.291,78 (-2,5%) con una perfetta candela rosso sangue. Senza contare il petrolio wti, che dopo il tentativo di rimbalzo, ha perso oltre il 4% precipitando a 85,12 dollari il barile. E mentre scriviamo, attorno alle 18.00 italiane, i tre indici USA cedono oltre due punti percentuali, con lo S&P500 che magari stavolta esce dalla congestione.
Pertanto, oltre al fatto che Wall Street avrebbe digerito male la conferma di Obama alla Casa Bianca, a pesare sull’andamento negativo dei listini sarebbe l’incombere del “fiscal cliff”, affermano gli osservatori, ovvero la combinazione della fine di sgravi fiscali (ai ricconi) promossa a suo tempo dall’amministrazione Bush e l’attivazione di tagli automatici alla spesa pubblica, un cocktail eplosivo per il deficit USA su cui le agenzie di rating, Fitch in testa, hanno già suonato il campanello d’allarme. Per affrontare l’urgente problema del fiscal cliff, il presidente Obama dovra’ scontrarsi con la Camera dei rappresentanti, uscita a maggioranza repubblicana anche in questa tornata elettorale e pronta a fare tutto il possibile per sabotare qualsiasi accordo. Resta il fatto che molti investitori vedevano nello sconfitto Romney, una specie di asso nella manica per maggiori agevolazioni fiscali e regole meno severe per le società finanziarie. “Deregulation” è la parola magica nel gergo repubblicano, come ben sanno i nostalgici del pistolero Reagan. Al contrario, pare che in pochi si siano posti il problema dell’eventuale licenziamento anticipato di Ben Bernanke in caso di vittoria di Romney, candidato che è stato sempre in aperto conflitto con il presidente della Fed per tutta la durata della campagna elettorale. Senza l’uomo dell’elicottero con la sua politica ultraespansiva, chi avrebbe più fornito la droga della liquidità a Wall Street? e con il carry trade come l’avrebbero messa i fondi più esposti a questo gioco delle tre carte?
Bernanke per ora può dormire sonni tranquilli fino alla scadenza del suo mandato, il 1° gennaio 2014. Speriamo solo che la stampante della Fed sia messa a riposo, altrimenti c’è da chiudere col trading e aprire l’ennesimo negozio “compro oro”.

Le Borse europee invertono bruscamente la rotta a metà seduta, in concomitanza con l’avvio della conferenza stampa di Mario Draghi e con la diffusione delle ultime stime della Commissione Europea sull’andamento dei 17 paesi dell’Eurozona. A rendere pesante il clima ha contribuito anche l’avvertimento di Fitch, secondo cui la tripla A degli Stati Uniti potrebbe essere compromessa dal fiscal cliff, il “precipizio fiscale”. Attorno alle 14.30 Londra perde lo 0,3%, Parigi lo 0,8% e Francoforte lo 0,6%. A Milano l’indice Ftse Mib segna un calo dell’1,4%. L’euro si indebolisce nei confronti del dollaro a 1,76 da 1,284 della chiusura di ieri sera. Sul segmento obbligazionario, lo spread Btp Bund si allarga a 350 punti base. Inverte la rotta anche il petrolio, che attorno alle 14.30 italiane quota a 87,4 dollari il barile in calo di oltre un punto percentuale. Stabile l’oro a 1.721 dollari l’oncia.
La Commissione Europea stima che nel 2013 il Pil della zona euro salirà dello 0,1% dopo il -0,4% del 2012. Il rapporto tra deficit/Pil scenderà al 2,6% nel 2013 dal 3,3% del 2012, il rapporto debito/Pil si attesterà quest’anno al 93% e salirà al 95% l’anno prossimo. Per quanto riguarda l’Italia, ci si aspetta un calo del Pil del 2,3% nel 2012 e dello 0,5% nel 2013. Un quadro in deciso peggioramento rispetto all’ottimismo di quanti proclamano che siamo alla fine del tunnel. Nel frattempo al parlamento greco vanno in onda i fuochi di artificio: il dibattito sulle nuove misure di austerità chieste dalla troika (Ue, Bce e Fmi) alla Grecia è stato bloccato dai partiti di opposizione, tra cui Syriza, che sottolinea l’incostituzionalità del pacchetto. Secondo i partiti che respingono le richieste internazionali in cambio degli aiuti, il complesso di tagli e tasse per raccogliere ulteriori 13,5 miliardi di euro sarebbero parte di un disegno di legge troppo macchinoso che meriterebbe di essere discusso in più sessioni.
Intanto il Presidente della Bce Draghi oggi ha ricordato che il programma di riacquisto dei bond Outright Monetary Trasaction, avendo una potenza di fuoco pressoché illimtata, può costituire un argine efficace in caso di ulteriori peggioramenti del mercato.
Oltreoceano l’esito della riconferma di Obama provoca una drastica discesa del rendimento del titolo di Stato USA con scadenza 10 anni a 1,66% (-9 punti base, maggior calo degli ultimi due mesi). Nel pomeriggio sono attesi anche i dati delle trimestrali di CBS, Whole Foods, Prudential, Qualcomm.

Barack Obama ha vinto lo scontro con lo sfidante repubblicano Mitt Romney per 303 voti elettorali contro 206, mentre resta ancora da scrutinare la Florida. Il primo appuntamento cruciale del 45esimo presidente USA riguarderà la sfida del “fiscal cliff” e il problema della riduzione dell’enorme debito federale. Per quanto riguarda i numeri al congresso si profila una situazione più complessa: i Democratici hanno la maggioranza al Senato con 51 voti, contro i 44 dei Repubblicani. Alla Camera, invece, la soglia dei 218 non è stata raggiunta. I Democratici stanno a 158, mentre i Repubblicani a 210.
La riconferma di Ben Bernanke alla guida della Fed rilancia la sua politica monetaria ultraespansiva, e di conseguenza indebolisce il dollaro. Il cross euro dollaro apre la giornata a 1,287 da 1,2805 di ieri sera.

Stamani le piazze asiatiche hanno accolto i risultati in ordine sparso: MSCI Asia Pacific +0,7%, Tokio -0,03%, Hong Kong +0,2%, Shanghai -0,2%, Seul +0,5%, Bombay +0,6%. Da segnalare tuttavia che il Nikkei ha azzerato le perdite dopo che è arrivata la notizia della vittoria di Obama. Recupera terreno anche il petrolio: il greggio Wti è rimbalzato del 3,5% a 88,5 dollari il barile, il Brent ha recuperato il 3% a 110,7 dollari. L’oro torna decisamente sopra i 1.700 dollari l’oncia, chiudendo a quota 1.725 dollari.
I future sulle Borse europee anticipano un avvio in rialzo di circa mezzo punto percentuale.
I future sugli indici di Wall Street arretrano dello 0,3% circa dopo una chiusura di seduta in rialzo: S&P500 +0,79%.
Oggi non sono in agenda aste di titoli periferici. la Germania piazzerà fino a 4 miliardi di Bund a 5 anni il cui rendimento sul mercato secondario ieri sera era fissato allo 0,44%, sui livelli minimi da inizio settembre.
L’Italia riparte da uno spread a 344 punti base e da un rendimento del Btp 10 anni al 4,88%.

LE CHIUSURE
Chiusura di seduta in territorio positivo per le borse europee, nella giornata dell’election day negli USA e nonostante i brutti dati arrivati dall’economia reale di Eurolandia. A Parigi il Cac40 ha guadagnato lo 0,81% a 3.476 punti, il Dax di Francoforte sale dello 0,67% a 7.375 punti, a Londra il Ftse 100 incrementa dello 0,79% a 5.884 punti, mentre a Madrid l’Ibex sale dello 0,23% a 7.836. A Milano il Ftse Mib ha accelerato sul finale portandosi a 15.683 punti (+0,9%), ma con volumi al di sotto della media.
Sul mercato europeo dei titoli di Stato lo spread tra Btp e Bund, dopo aver toccato un picco intraday a 358 punti base, è sceso fino a 345 punti in chiusura, stesso andamento anche per il differenziale spagnolo che sul finale è sceso ai minimi di seduta di 422 punti base. Alle 18.30 italiane il petrolio tipo Wti sale dello a 87,3 dollari il barile, l’oro torna a 1.711 dollari l’oncia, e i tre indici USA sono in rally con il Dow jones che incrementa dell’1,2%.

DATI MACRO: BRUTTI NUMERI DA EUROLANDIA
Dai dati diffusi in mattinata è emerso che gli ordini all’industria tedeschi sono calati del 3,3% a livello mensile e del 10,2% su base annuale. Alla brutta notizia dalla Germania ha fatto seguito la lettura negativa dell’indice Pmi sull’Eurozona (45,7, inferiore rispetto al mese precedente e alle stime degli analisti). Numeri ai quali i mercati non sembrano aver dato molto peso, dato che la recessione in Europa per i primi mesi del 2013 ormai è scontata. Nel frattempo gli investitori hanno iniziato a prefigurare scenari in relazione all’esito delle elezioni oltreoceano. Con l’election day si arriva alla resa dei conti tra il presidente uscente Barack Obama e lo sfidante repubblicano Mitt Romney, nella consapevolezza che il 45esimo presidente USA dovrà subito affrontare la questione del “fiscal cliff”, il “baratro fiscale”, alla lettera. Ossia la concomitanza di un aumento delle tasse e di un taglio automatico della spesa pubblica del governo per un totale di 600 miliardi di dollari che partirà dai primi di gennaio, se il Congresso non sarà in grado di raggiungere un accordo tra i partiti. Per quanto riguarda la Grecia, c’è da registrare che stamani Atene ha collocato con successo titoli di Stato a 6 mesi per 1,3 miliardi di euro, registrando un lieve calo dei tassi. Nel frattempo la commissione Finanze del Parlamento greco ha iniziato la discussione sul disegno di legge che prevede una ulteriore serie di misure di austerity richieste dalla Troika, condizione considerata necessaria affinché Atene riceva una nuova tranche di aiuti

I NUMERI DI PIAZZA AFFARI
Maglia nera del listino principale di Piazza Affari oggi è Tenaris, che cede l’1,27% in scia al taglio del rating a sell da parte degli analisti di Goldman Sachs. Tra i petroliferi in rosso anche Saipem (-0,83%), mentre va in controtendenza Eni (+1,31%). C’è da notare che i petroliferi risentono dell’appuntamento in programma per domani, quando sarà diffuso il report sulle scorte strategiche di petrolio da parte del Dipartimento dell’energia statunitense.
Vendite diffuse anche sui titoli del lusso, che nei giorni scorsi hanno corso parecchio: Ferragamo (-0,86%), Tod’s (-0,32%). Tra i titoli del risparmio gestito scende Azimut(-0,4%).
In recupero il comparto bancario, in seguito al calo dello spread: Banco Popolare ha guadagnato il 2,39%, MontePaschi l’1,94%, Unicredit l’1,95%, Intesa l’1,29%.
Fiat resta in vetta al paniere principale con un rialzo del 2,96%. La maggior parte degli analisti ritiene che il titolo del Lingotto sia tuttora interessato da movimenti tecnici, dopo esser entrato in ipervenduto in scia alla pubblicazione dei risultati del trimestre. Salgono anche Stm (+2,17%) e Autogrill (+2,34%). Per quanto riguarda quest’ultima, la ristrutturazione della attivita’ negli USA – su cui riferisce oggi MilanoFinanza – potrebbe portare ad un possibile spin-off delle attivita’ di duty free, ipotesi apprezzata dagli analisti di Banca Akros (rating confermato a buy sul titolo con target price di 8,5 euro). Ben comprati i titoli della galassia Finmeccanica: la casa madre ha mostrato un progresso del 2,17%, mentre Ansaldo STS è avanzata dell’1,34%.